venerdì, Giugno 14, 2024

Geopolitica

Disordini in Kazakistan, i risvolti geopolitici

DISORDINI IN KAZAKISTAN

I risvolti geopolitici dei disordini in Kazakistan, la dura realtà di un’economia stagnante che genera profonde disuguaglianze.

Analisi dei disordini in Kazakistan – Le illusioni di stabilità del Kazakistan, alimentate con cura dalla propaganda di regime per oltre vent’anni, sono crollate nella prima settimana del 2022. Le iniziali proteste pacifiche, diffusesi in tutto il Paese sono rapidamente degenerate in violenza a causa delle infiltrazioni, tra i manifestanti, di bande criminali ed individui violenti.

  • Proteste spontanee si sono diffuse rapidamente in tutto il Kazakistan, provocate dall’aumento dei prezzi del carburante, dal risentimento per le politiche repressive del Governo;
  • La crisi del Paese, ricco di energia e di risorse minerarie, si è sviluppata tra problematiche nazionali ed interessi internazionali;
  • Le conseguenze per la politica estera di Nur-Sultan, saranno significative, modificando il multivettorialismo kazako e la dipendenza da Pechino e da Mosca.

UNA CRISI INASPETTATA

Dopo il cambio di leadership messo in scena dal regime nel 2019, il deficit democratico del Kazakistan è rimasto molto significativo. La sua economia stagnante ha portato a una massiccia disuguaglianza tra classi sociali, regioni e gruppi di età. La società kazaka ha finito pertanto per esplodere a causa del fallimento definitivo delle promesse di miglioramento politico ed economico fatte dal regime negli anni scorsi.

Il 1 gennaio, mossi da una diffusa insoddisfazione, cittadini e lavoratori comuni del Kazakistan occidentale hanno iniziato a manifestare contro un rapido aumento dei prezzi del gas. Le loro lamentele socioeconomiche hanno presto portato a richieste più ampie di cambiamento politico, che sono diventate più intense quando le proteste si sono diffuse nella parte orientale del Paese. La mattina del 4 gennaio, l’opposizione inizialmente disaggregata ha dato vita a manifestazioni unitarie su larga scala, che chiedevano pacificamente un cambiamento sistemico.

La violenza ad Almaty ed in altre aree ha interrotto l’evoluzione organica delle manifestazioni anti-regime, vanificando qualsiasi possibilità per l’istituzione di un’azione anti-regime coordinata all’interno e al di fuori dalle poche organizzazioni strutturate di opposizione che operano nel panorama politico del Kazakistan. Rapporti imprecisi dall’interno del Paese – dove il Governo ha imposto un blocco totale di Internet impedendo, al contempo, l’accesso ai giornalisti stranieri – hanno segnalato che, tra il 4 e il 6 gennaio, manifestanti non avrebbero incontrato resistenza da parte delle forze di polizia e dei servizi statali, una presenza quasi onnipresente nelle azioni di contenimento di manifestazioni pubbliche di dissenso in Kazakistan.

FATTORI TRAINANTI DELLA CRISI ED IMPLICAZIONI

A livello nazionale, i disordini in Kazakistan sono la conseguenza delle scelte politiche sbagliate di uno Stato che non è riuscito a sviluppare meccanismi per sfogare il malcontento popolare e ad elaborare politiche per il mantenimento dell’ordine interno. I licenziamenti tra i servizi di sicurezza e alcune morti sospette di alti ufficiali sono la prova di queste mancanze. Data l’età dei manifestanti, i disordini hanno rappresentato anche un cambio generazionale: la vecchia generazione sovietizzata, russificata e laica è stata rimpiazzata da una nuova generazione post-indipendenza costituita da islamici e nazionalisti.

A livello regionale, le risposte alla crisi del Kazakistan illustrano il mutevole equilibrio di potere intorno al Kazakistan ed all’Eurasia. A causa della sua posizione geostrategica, il Kazakistan viene spesso definito la “fibbia” della Belt and Road Iniziative multimiliardaria cinese, in quanto continua ad essere il più grande produttore di petrolio dell’Asia centrale (estraendo 1.6 milioni di barili al giorno, per un valore di 34 miliardi di dollari).

Il petrolio rappresenta quasi il 60 per cento delle esportazioni di Nur-Sultan, attraverso tre rotte principali: i porti russi nei Paesi baltici, il Caspian Pipeline Consortium via Novorossiysk e gli oleodotti verso la Cina. Grandi gruppi energetici come ExxonMobil, Chevron, Eni e TotalEnergies hanno investito nel Paese decine di miliardi di dollari dal crollo dell’Unione Sovietica.

Il Kazakistan inoltre è anche il principale produttore mondiale di uranio, che rappresenta circa il 40% della fornitura globale stimata in 50.000 tonnellate l’anno, prodotte da aziende come Kazatomprom e Orano SA. Tra l’altro, la metà della produzione è esportata in Cina, mentre il resto è destinato verso altri mercati (Canada, Russia, India, Stati Uniti e Francia). Inoltre, il Kazakistan ospita la seconda più grande operazione mineraria di bitcoin al mondo.

Internet ed interruzioni di corrente in tutto il Paese hanno comportato una riduzione del 12% del tasso totale di hash bitcoin (la quantità di potenza computazionale utilizzata dai minatori dedicati al conio di nuovi bitcoin), con stime di perdita per i minatori kazaki di oltre $ 4,8 milioni ogni 24 ore senza connettività.

CONCLUSIONI

La decisione di sollecitare l’aiuto dell’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva (CSTO) a guida russa per sedare i disordini (un contingente di circa 3.500 uomini costituito da unità spetznaz, divisioni aerotrasportate di Ulyanovsk, brigate aviotrasportate ed un reggimento di Marines) è risultata essere un’apparente contraddizione dell’approccio “multi-vettoriale” di lunga data del Kazakistan per bilanciare le grandi potenze.

L’intervento della CSTO (a guida russa), anche se risultato essere di breve durata, ha indubbiamente attirato il Kazakistan ancora di più nell’orbita della Russia. Il noto multivettorismo kazako nelle relazioni estere, progettato per massimizzare le sovranità in una regione modellata dalla competizione tra grandi potenze, a breve si configurerà come un ricordo del passato: in quanto è plausibile che il regime di Nur-Sultan abbandonerà la sua tipica reticenza per dirigersi verso l’integrazione all’interno dell’Unione economica eurasiatica.

In virtù di questo multivettorismo, il Kazakistan condivide con gli Stati Uniti un partenariato strategico rafforzato (con i gruppi di lavoro che si riuniscono regolarmente dal 1992), che comprende sicurezza, energia e commercio: nell’ultimo incontro, avvenuto il 15 dic. 2021, le due parti hanno gettato le basi per avviare un processo di stabilizzazione di relazioni commerciali permanenti.

Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips (con sede negli Stati Uniti) sono le parti interessate predominanti nelle enormi distese petrolifere del Caspio del Kazakistan. Nel contempo, l’adesione del paese all’Unione economica eurasiatica (EAEU) ha consentito al petrolio proveniente dai giacimenti occidentali di raggiungere i mercati globali attraverso un oleodotto che termina nel porto russo di Novorossijsk.

L’ascesa del terzo vettore della politica estera kazaka, la Cina, ha complicato questa situazione. Pechino ha assunto un ruolo crescente in Asia centrale, all’interno di un’emergente “divisione del lavoro” in base alla quale Mosca e Pechino si sono divisi le competenze regionali, con la prima che si occupa delle problematiche sulla sicurezza, mentre la seconda è competente per le problematiche economiche.

Inoltre, da un lato il Kazakistan ha acquisito un ruolo centrale nel commercio di esportazione cinese via terra all’interno della citata Belt and Road, assumendo un ruolo di primo piano come fornitore di energia; dall’altro, la Cina ha azioni che controllano rispettivamente il 24 ed il 13 % della produzione di petrolio e gas di Nur-Sultan, che ha esportato 1,2 miliardi di dollari in petrolio greggio e 1,65 miliardi di dollari in gas verso Pechino nel 2019, ben oltre un terzo delle vendite al più grande mercato esterno del Kazakistan, lungo due gasdotti verso est che raggiungono la Cina transitando per Turkemnistan ed Uzbekistan.

Mentre l’immediata risposta degli Stati Uniti al dispiegamento CSTO era stata ostile, la risposta della Cina è stata sicuramente più diplomatica, con il Ministro del Esteri Wenbin che sottolineava come i disordini fossero una questione interna che Tokayev avrebbe dovuto risolvere autonomamente. Tale intervento non era risultato gradito, in quanto aggirava, tra l’altro, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, costituita da Russia, Kazakistan e Cina, con quest’ultima che ne aveva assunto la guida a rotazione la settimana prima.

L’intervento della CSTO aveva quindi tagliato fuori Pechino da una relazione chiave di sicurezza sulla sua frontiera occidentale, con profonde implicazioni energetiche. La Cina risulta essere cruciale per la diversificazione delle vendite di energia kazaka, in quanto rappresenta il centro di un mercato petrolifero asiatico in crescita, in controtendenza rispetto al ribasso della domanda in Europa, attuale destinazione della maggior parte delle esportazioni di petrolio kazako.

Il gas offrirà prospettive di crescita ancora più forti, in quanto, il passaggio da carbone a gas avrà un ruolo di primo piano negli obiettivi di decarbonizzazione a breve termine della Cina, la quale mira ad abbandonare il carbone entro il 2060, ed eventuali accordi di fornitura di gas a lungo termine potrebbero convincere Pechino a non rinnovare i contratti di fornitura di gas naturale liquefatto, di cui oggi è il maggiore importatore mondiale.

La crescente dipendenza energetica dalla Cina, al contrario, favorisce una maggiore dipendenza politica dal Cremlino. Il Kazakistan è il secondo braccio della Russia all’interno del contingente “plus” dell’OPEC+, che si intreccia regolarmente con il nucleo dell’OPEC a guida saudita sui livelli di produzione. Il patrocinio russo ha consentito, in virtu’ di un compromesso siglato tra Mosca e Riyadh al Ministero dell’OPEC+ in marzo 2021, di ottenere esenzioni speciali per pompare più petrolio, creando pertanto una opportunità di far crescere la propria quota di mercato.

di Fabrizio Lombardi

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